messa giovani

Benvenuti nel sito ufficiale della Parrocchia Sacro Cuore di Tortoreto Lido!!!

 

Estate al Sacro Cuore 2016

Adorazione Eucaristica - un incontro con Gesù Eucaristia
Venerdì 1, 8, 15, 22, 29 luglio; 5, 12, 19, 26 agosto
chiesa Sacro Cuore - ore 21.00


Udienza dal Papa - la preghiera del Santo Rosario davanti alla Reliquia di S. Giovanni Paolo II
Mercoledì 6, 13, 20, 27 luglio; 3, 10, 17, 24, 31 agosto
chiesa Santissima Maria Assunta - ore 21.00


Oasi Biblica - una riflessione sul vangelo domenicale
Martedì 5, 12, 19, 26 luglio; 2, 9, 16, 23, 30 agosto
casa parrocchiale - ore 21.00


Orario delle Sante Messe
Per visualizzare l'orario delle Sante Messe clicca: Orario Sante Messe estate 2016


Confessioni
ogni giorno mezzora prima della S. Messa


Adorazione Eucaristica
ogni giovedì alle ore 19.00

 

Festa della Madonna del Mare Assunta in Cielo 2016 - "Castelli di sabbia"

castelli 16

Per leggere il regolamento della gara clicca: Regolamento 2016


25° anniversario della Dedicazione della Chiesa Parrocchiale

La comunità parrocchiale di Tortoreto Lido è in festa per il 25° anniversario della Dedicazione della Chiesa Parrocchiale. Ricordiamo questo evento perché lo Spirito Santo susciti ancora in noi la forza e la volontà di essere “pietre vive” nella Santa Chiesa di Dio.
Con la sua morte e risurrezione, Cristo è divenuto il tempio vero e perfetto della Nuova Alleanza, e ha raccolto in unità il popolo che si è acquistato a prezzo del suo sangue. Questo popolo santo, adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, è la Chiesa, tempio di Dio edificato con pietre vive, nel quale viene adorato il Padre in spirito e verità. Giustamente fin dall’antichità, il nome “chiesa” è stato esteso all’edificio in cui la comunità cristiana si riunisce per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, ricevere i sacramenti e celebrare l’Eucaristia. In quanto costruzione visibile, la chiesa-edificio è segno della Chiesa pellegrina sulla terra e immagine della Chiesa già beata nel cielo.
Ringraziando Dio per il dono della chiesa parrocchiale invochiamolo perché disponga i nostri cuori all’ascolto della Sua Parola e alla preghiera.

 

Pasqua

«Morivo con te sulla croce, oggi con te rivivo. Donami la gioia del regno, Cristo, mio salvatore»: è la preghiera che illumina il giorno gioioso della risurrezione. Nei sentimenti e nella ricerca di Maria di Màgdala ritroviamo i tratti i tratti del cammino di ogni credente: dopo lo smarrimento e il silenzio dei giorni della Passione, possiamo sperimentare la gioia dell’incontro con il Signore risorto e riconosciamo la sua presenza nell’Eucaristia che stiamo celebrando. Gesù è il vivente, perché con la sua risurrezione ha vinto la morte ed è entrato nella pienezza della vita di Dio: egli è la vita di Dio che si comunica in modo definitivo al mondo. La Pasqua è il contenuto stesso della fede cristiana, è il cuore della vita della Chiesa, che «celebra la festa che dà origine a tutte le feste». La risurrezione di Gesù non è una semplice speranza, ma un evento reale e testimoniato, in cui si rivelano la fedeltà di Dio e il suo amore per ogni uomo: «Cristo è risorto dai morti, a tutti ha donato la vita».

 

Settimana Santa - Domenica delle Palme

L’orazione colletta di questa domenica ci fa invocare dal Padre il dono di poter avere sempre presente il grande insegnamento della passione del suo Figlio, per partecipare alla gloria della risurrezione. Con l’inizio della Settimana santa, ogni anno, si è così invitati a mettersi nuovamente a questa scuola, come discepoli del Maestro, perché la lezione pasquale del Crocifisso-Risorto possa condurre ogni credente a riconoscere il proprio ruolo di fronte al Cristo che soffre e muore, mentre sul legno della croce l’ultimo velo sull’invisibilità di Dio viene stracciato perché nel Figlio ivi appeso possa svelarsi il cuore della Trinità.
Il racconto della passione nella versione lucana sembra costruito attraverso un ricco intreccio di incontri, di sguardi, di parole che Gesù scambia con alcune figure che gli si avvicinano lungo il cammino verso la croce. Sono incontri decisivi, rivelatori di quanto abita il cuore dell’uomo, ma anche di quanta promessa di vita e di resurrezione sia contenuta nella sequela del Maestro fino alla croce e poi ancora fino all’annuncio della sua vittoria sulla morte. È, in fondo, questo il grembo in cui viene generata la misericordia e che assume i tratti del volto tradito, umiliato, ma pieno soltanto di amore e di fedeltà all’uomo e alla sua storia, del Figlio di Dio. Solo chi riesce a stare davanti a questo “spettacolo” (Lc 23,48), può accogliere realmente l’insegnamento che da esso è impartito, e cioè che nella croce, lì dove il Figlio di Dio rinuncia completamente a se stesso perdendosi per amore affinché tutti i perduti siano ritrovati, è possibile vedere Dio e, in qualche modo, riconoscere anche la vocazione alta dell’uomo. Dio si rivela come amore che si consuma per ogni uomo e allo stesso tempo rivela che la vita dell’uomo vale nella misura in cui porta le tracce di questo Dio che si dona e ne perpetua i segni.
Riferendosi all’amore unico e immeritato del Crocifisso, Papa Francesco afferma che “solo in questo amore c’è la risposta a quella sete di felicità e di amore infiniti che l’uomo si illude di poter colmare mediante gli idoli del sapere, del potere e del possedere. Ma resta sempre il pericolo che, a causa di una sempre più ermetica chiusura a Cristo, che nel povero continua a bussare alla porta del loro cuore, i superbi, i ricchi ed i potenti finiscano per condannarsi da sé a sprofondare in quell’eterno abisso di solitudine che è l’inferno” (Messaggio Quaresima 2016). Non si può vivere, dunque, senza questo grande insegnamento della passione del Figlio di Dio.

 

Quaresima - V domenica

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».


È vicino il momento in cui Cristo farà la rivelazione più radicale - e la più incomprensibile per l’uomo - della sua potenza: morire sulla croce. È uno “scandalo per gli Ebrei, follia per i popoli pagani” (1Cor 1,23).
Già prima Gesù aveva parlato ai suoi discepoli della croce, che li stupì e confuse. Quello che osservavano, nel comportamento sociale, è che l’uomo utilizza la debolezza degli altri per affermare il proprio potere. Ma Gesù diceva loro: “I re delle nazioni... e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così” (Lc 22,25). E i farisei che pretendono di usare una povera donna, colta in flagrante delitto di adulterio, per compromettere Gesù, gli danno in effetti l’occasione di insegnare con un esempio i suoi nuovi metodi.
In primo luogo Gesù mette in evidenza l’ipocrisia dei farisei: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra. Dopo, toglie loro qualsiasi argomentazione. Mette in evidenza la loro ignoranza colpevole della legge che insegna che Dio, essendo potente sovrano, giudica con moderazione e governa con indulgenza, perché egli opera tutto ciò che vuole (Sal 115,3). Infine - e questo è il punto più importante del Vangelo -, Gesù insegna alle folle che non esiste più grande manifestazione di potere che il perdono. La morte stessa non ha un così grande potere. In effetti, solo il potere di Cristo, che muore crocifisso per amore, è capace di dare la vita. E soltanto il potere che serve a dare la vita è vero potere.

 

Quaresima - IV domenica

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Quando si è davanti alla parabola lucana del Padre misericordioso si rischia sempre di lasciarsi travolgere dal turbine emotivo che quel racconto scatena in chi lo legge, oppure da una sorta di giudizio confezionato a mo’ di un abito per il figlio più piccolo, per il grande e, forse, anche per il Padre. Si può perdere, in tal modo, la forza di un annuncio che ha al centro Gesù e che mostra, invece, la sconvolgente novità di un Dio Padre, totalmente espropriato dall’amore filiale e tuttavia radicalmente proteso a rideclinare la propria generatività paterna in termini di attesa paziente, di speranza misericordiosa, di celebrazione dell’amore mai venuto meno. Sarebbe molto interessante ripassare al rallentatore le azioni del Padre per superare ogni forma di banalizzazione della misericordia, troppo spesso considerata come un prodotto a buon mercato, facile da ottenere perché in fondo “Dio è buono”.
Il Giubileo che stiamo vivendo vuol farci familiarizzare col dono della misericordia, aiutandoci a coglierne la grandezza, l’imprevedibilità come pure le esigenze che ne derivano dall’averla sperimentata nella propria vita. In fondo, se la misericordia è un dono, sempre immeritato, essa allo stesso tempo diventa anche un compito col quale strutturare le relazioni tra gli uomini e uno stile con cui abitare il mondo. “La cura che Dio si prende di noi, donandoci se stesso, educherà a prendersi cura gli uni degli altri, uscendo da ogni forma di ripiegamento egoistico su di sé, come pure da ogni chiusura familistica nel difendere gli interessi dei “nostri” contro quelli degli altri. […] Il Dio che nella sua misericordia non abbandona nessuno, ma a tutti viene incontro, aiuterà anche le nostre comunità a trovare quelle forme di attenzione e di accompagnamento che oggi sono più che mai necessarie perché nessuno si senta respinto dalla Chiesa” (Traccia CEN).
Sarà opportuno in questo quarto passaggio quaresimale interrogarsi sullo stile che le nostre comunità ecclesiali interpretano quando organizzano i percorsi pastorali, le scelte di carità, l’attenzione al territorio e alle sue povertà. Un volto di comunità che porta il segno di un agire misericordioso è in grado di rendere più trasparente la presenza di quel Dio che Gesù ha rivelato come un Padre che ha viscere di misericordia per ogni uomo.

 

Quaresima - III domenica

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Il testo evangelico odierno pone l’attenzione sull’importanza di imparare a leggere la storia e gli avvenimenti che la caratterizzano non solo come una sequenza più o meno ordinata di fatti che accadono e che determinano conseguenze nella vita di ciascuno, ma anche come uno scenario sul quale si compie una rivelazione, si attesta una relazione fra Dio e l’uomo, si realizza la salvezza. Il discepolo di Gesù è messo in condizione, dalla fede in Lui, di avere uno sguardo più lungo e più profondo sugli avvenimenti della vita, per riconoscere l’opera di Dio e il suo modo singolare di rendersi presente nella storia. Di fronte al rischio del non senso e dell’insignificanza, che rappresentano possibili attentati alla realizzazione della vita, la fede in Gesù aiuta a scorgere che, sotto le ceneri di una storia troppo complicata, c’è un fuoco che non si consuma, simile a quello riconosciuto da Mosè in Es 3,2.
Si tratta della presenza misericordiosa di Dio che è garanzia fedele di un esito della vicenda umana secondo la realizzazione definitiva del suo Regno di amore e di pace, di giustizia e di misericordia, di verità e di libertà. In quest’ottica si coglie il valore dell’agire singolare di Dio che mantiene la storia, nonostante i continui fallimenti e infruttuosità che derivano dall’uomo, nella sua mano paziente ed esigente. Alla sterilità dell’albero il vignaiolo risponde con l’incremento delle sue cure e delle sue attenzioni.
Proprio questa è la logica della misericordia di Dio, il cui mistero “si svela – come afferma Papa Francesco – nel corso della storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo Israele. Dio, infatti, si mostra sempre ricco di misericordia, pronto in ogni circostanza a riversare sul suo popolo una tenerezza e una compassione viscerali, soprattutto nei momenti più drammatici […]. Siamo qui di fronte ad un vero e proprio dramma d’amore” (Messaggio Quaresima 2016). Quando si vive questa esperienza, come è accaduto per Mosè di fronte al roveto che non si consumava, “il cuore credente si scopre incantato, attirato da una presenza che sente essere la sua casa perché corrisponde agli aneliti e ai desideri più profondi del cuore di ogni persona. Abitare questo spazio che è Dio stesso, è il nostro destino e, particolarmente oggi, la nostalgia che ci salva dalla banalità del male interiore” (Traccia CEN).

 

Quaresima - II domenica

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro,Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

La scena evangelica della trasfigurazione del Signore ci colloca davanti al volto dell’Unigenito, volto umano, in tutto simile a quello di ogni altro uomo, nel quale la luce della Pasqua è mostrata non solo in un’anticipazione cronologica come rivelazione ai discepoli del Maestro, ma anche come progetto di compimento per tutta l’umanità, chiamata a riflettersi nei tratti del volto del Figlio. L’attenzione degli evangelisti sul volto del Trasfigurato, dunque, è più che un semplice elemento descrittivo. Permette, al contrario, di considerare come nel volto di Gesù, cioè nei suoi gesti e nelle sue parole, Dio si mostri come affidabile per l’uomo e promettente per la sua vicenda umana. “Gesù è […] presentato come il volto storico della santità misericordiosa del Padre, come misericordiae vultus: «Con lo sguardo fisso su Gesù e il suo volto misericordioso possiamo cogliere l’amore della SS. Trinità. La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza» (Misercordiae vultus 8). Questa, infatti, è la sua missione: rendere visibile e portare al mondo la misericordia di Dio, portare accanto a noi miseri il cuore del Padre, perché ci abbracci con il suo perdono e ci trasformi con la grazia del suo amore” (Traccia CEN).
Tutto questo si compie per la via di un avvicinamento radicale alla vicenda dell’uomo da parte del Figlio di Dio, nel cui volto sono chiari i segni di tale condivisione generosa. Come ci ricorda Papa Francesco, “in Gesù crocifisso Dio arriva fino a voler raggiungere il peccatore nella sua più estrema lontananza, proprio là dove egli si è perduto ed allontanato da Lui. E questo lo fa nella speranza di poter così finalmente intenerire il cuore indurito della sua Sposa” (Messaggio Quaresima 2016). La contemplazione del volto di Gesù è così la via per una nuova docilità alla Parola. “Ascoltatelo!”: è un imperativo che ha la forza di una consegna, ai discepoli di allora e a quelli di ogni tempo, ma anche di una promessa. Chiunque obbedisce a questo comando tocca con mano come la trasfigurazione della propria vita non è rimandata ad un futuro sconosciuto, ma si compie nel “qui ed ora” dell’esistenza dove lo Spirito del Risorto, mentre umanizza la vita, allo stesso tempo la divinizza, rendendola così sempre più conforme alla natura del Figlio di Dio.

 

Quaresima - I domenica

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.


Ogni itinerario di conversione e, più in generale, ogni via di sequela del Signore, portano sempre le tracce di un incontro, non poche volte drammatico, con l’esperienza della tentazione. Essa è inscritta nello statuto originario dell’esistenza e per il credente costituisce un elemento essenziale attorno al quale è possibile articolare il proprio vissuto di fede. Si può pervenire, infatti, a riconoscere la dimensione provvidenziale di tale esperienza, non tanto per ciò che essa è in sé, quanto piuttosto per ciò che può rappresentare per chi la vive e la attraversa.
La Parola di Dio, proposta per la liturgia eucaristica di questa tappa quaresimale, ce ne fa scorgere alcuni elementi. La pagina evangelica in particolare mostra, accanto alla fatica della lotta, la fruttuosità della prova nella vicenda singolare dell’umanità di Gesù. Egli incarna la dedizione esigente a vivere la vita nella fedeltà alla propria storia personale che è il terreno della più grande corrispondenza alla volontà del Padre. La soluzione del suo incontro con la tentazione consiste per Gesù nel ricondurre tutto alla forza creatrice e ri-creatrice della Parola la cui operosità ed efficacia trova in Lui un’attestazione compiuta e definitiva.
La sua esperienza è, così, paradigmatica per ogni uomo o donna, che desidera assumere fino in fondo quanto caratterizza la propria vicenda umana. A contatto con la tentazione, infatti, il credente è come riportato alla nudità e alla precarietà della propria condizione creaturale, bisognosa di incontrare lo sguardo amorevole del Padre e la promessa della sua Parola misericordiosa, per non cedere alle lusinghe di logiche disumanizzanti e corrispondere, invece, al progetto di vita compiuta che Dio ha per ogni uomo. Sfuggire da questo incontro con l’amore misericordioso del Padre significa al contempo distogliere lo sguardo dalla propria condizione creaturale e il cuore dal dono che arricchisce davvero la vita e che può venire solo da Dio.
Papa Francesco afferma che “davanti a questo amore forte come la morte (cfr. Ct 8,6), il povero più misero si rivela essere colui che non accetta di riconoscersi tale. Crede di essere ricco, ma è in realtà il più povero tra i poveri. Egli è tale perché schiavo del peccato, che lo spinge ad utilizzare ricchezza e potere non per servire Dio e gli altri, ma per soffocare in sé la profonda consapevolezza di essere anch’egli null’altro che un povero mendicante. Tanto maggiore è il potere e la ricchezza a sua disposizione, tanto maggiore può diventare quest’accecamento menzognero. […] E questo accecamento si accompagna ad un superbo delirio di onnipotenza, in cui risuona sinistramente quel demoniaco «sarete come Dio» (Gen 3,5) che è la radice di ogni peccato” (Messaggio Quaresima 2016). Alla sequela del Maestro di Nazareth, invece, anche la tentazione può diventare una possibilità di vita piena.

 

Quaresima - Mercoledì delle Ceneri

Il tempo quaresimale si introduce con un forte invito della Parola di Dio, proclamata nella liturgia eucaristica, ad intraprendere un cammino di verità nella vita, che domanda una nuova disponibilità ad essere raggiunti da un annuncio, per permettere alla luce dello Spirito di svelare i sentieri interrotti del nostro cuore, oltre ai passi di vita nuova che ciascuno può compiere, sorretto dalla grazia di Dio che precede e accompagna.
L’appello del testo di Gioele a “ritornare al Signore con tutto il cuore” è così un invito accorato a ritrovare un nuovo centro dell’esistenza, attorno al quale ricostruire le relazioni fondamentali che compongono la vita e l’autenticità dei gesti che la caratterizzano. Non si tratta di un’impresa “pelagiana”, radicata unicamente nella forza di una volontà solo umana. È lo Spirito di Dio, al contrario, che accompagna la vicenda personale di ogni uomo ed è nella docilità alla sua azione che risiede il segreto per ogni cammino di conversione o di rinnovamento dell’esistenza. “Lo Spirito Santo […] ci decentra dal nostro io, aprendoci all’amore di Dio e agli orizzonti universali del suo Regno. Egli porta a compimento l’opera di Cristo compiendo ogni santificazione: è nella sua potenza che si realizza l’Eucaristia, ma è nella sua potenza che si realizza anche la Chiesa” (Traccia CEN).
Accogliere l’azione dello Spirito comporta fare i conti con uno sguardo nuovo su stessi, sugli altri, sull’Altro, uno sguardo non più ossessionato dalla ricerca dell’apparenza o guidato da criteri di riconoscimento sociale, ma catturato e profondamente pervaso dalla certezza che la vita di ciascuno è dall’Altro ed è per gli altri. L’elemosina, la preghiera e il digiuno, che il Vangelo odierno considera quali pratiche attraverso le quali realizzare la giustizia nuova del Regno, rappresentano un’opportunità preziosa perché ogni credente possa attraversare il tempo quaresimale e poi tutta l’esistenza, esercitandosi a dare corpo a gesti e parole, ad uno stile insomma, che, se ha caratterizzato l’esistenza di Gesù, il Signore risorto, nondimeno dovrà contraddistinguere quella dei suoi discepoli di ogni tempo.
La Quaresima ci riporta, in tal senso, alla natura operosa della vita cristiana, nella quale il Vangelo assume il volto e la forma che l’esistenza credente riesce a dargli. Proprio a questo ci richiama Papa Francesco quando ricorda che “la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo” (Messaggio Quaresima 2016).

 

Auguri di Buon Anno!!!

"Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace".
                                                 (Nm 6, 24-26)

I più calorosi auguri di un felice e sereno anno 2016!